La perdita delle memorie nel malato di Alzheimer

In un precedente articolo del blog, intitolato Che cos’è la malattia di Alzheimer, ho utilizzato l’espressione “perdere le memorie”. Perché ho usato il plurale? Perché noi funzioniamo con tante memorie, sparse in diverse parti del cervello.

Abbiamo la memoria a lungo termine e quella a breve termine ad esempio. Quella a lungo termine è la memoria che conserva il ricordo degli episodi della nostra vita, della conoscenza del mondo. Quella a breve termine ci mantiene consapevoli di quello che ci serve per compiere un’attività mentale in un dato momento.

Non di tutte le nostre memorie siamo consapevoli. Quelle a breve e a lungo termine sono quelle esplicite. Ci sono poi quelle implicite, non consapevoli, come ad esempio le memorie dei gesti: noi ricordiamo come si cammina, come si scende una scala, come si va in biciletta, e facciamo tutto questo senza pensarci.

Abbiamo detto che la memoria di ciò che abbiamo vissuto crea la consapevolezza di noi stessi. Per provare a spiegarvi questo concetto, vi riporto un brano del libro di Virginia Wolf La signora Dalloway:
«Assurda era, decisamente assurda. Ma con un fascino irresistibile, almeno per lei, che ancora si rivedeva in cima alla casa con in mano una brocca d’acqua calda a ripetere ad alta voce, “È sotto questo tetto… È sotto questo tetto!” No, quelle parole non significavano più nulla per lei. Non ritrovava neppure un’eco della sua antica emozione. Ma ricordava il raggelarsi per l’eccitazione, e raccogliersi i capelli in una sorta di estasi (eccolo che tornava l’antico sentire, mentre ora si toglieva le forcine. Le posava sulla toeletta, e cominciava a pettinarsi), con le cornacchie che si pavoneggiavano sfrecciando nella luce rosea della sera, poi si rivestiva, scendeva, e attraversando il vestibolo pensava “Morire ora sarebbe il colmo della felicità.”»
L’episodio della visita a casa della signora Dallaway dell’amica ha plasmato il suo cervello. Il ricordarlo esattamente com’era non è possibile, ma ancora prova l’emozione, l’eccitazione, il piacere di averla con sé.

Per Montale invece la memoria è cancellata dal tempo. Scrive:
«Non recidere, forbice, quel volto
Solo nella memoria che si sfolla
Non far del grande suo viso in ascolto
La mia nebbia di sempre. »

E ancora

«Tu non ricordi la casa dei doganieri
Nel rialzo a strapiombo sulla scogliera: desolata t’attende dalla sera
In cui vi entrò lo sciame dei tuoi pensieri
E vi sostò irrequieto. »

Se in parte è vero che ciò che si è vissuto è cancellato dal tempo, c’è però da considerare che ciò che viviamo modifica le connessioni delle reti neurali del cervello, plasmandolo. Possiamo non ricordare nettamente un episodio, ma quell’episodio ha formato il cervello, che è diventato quello che è anche grazie a quell’episodio ormai sbiadito.

I ricordi inoltre possono essere nascosti, ma possono riemergere in modo involontario, non chiamati. È quanto succede a Proust quando assaggia la famosa madeleine inzuppata nel tè, o cade in un cortile inciampando. Quest’ultimo avvenimento gli riporta alla mente la gioia di un viaggio a Venezia compiuto insieme alla madre.

I malati di Alzheimer non sanno più con chi hanno vissuto, ma in loro possono tornare alla mente frammenti della loro vita, o fantasie di cose che avrebbero voluto fare (per loro sono la stessa cosa) magari inconfessabili.

La donna invisibile, a firma di Ennio Flaiano, può essere un esempio perfetto di queste fantasie: «Un uomo sui trentacinque, simpatico, con le sue manie. Moglie adeguata, brava, un po’ gelosa, sogni di tenerezza. La donna invisibile viene a turbare la fantasia di lui un giorno a tavola. La moglie non vede la donna, che lui vede. La invisibile è bella, simpaticissima. Cambierà volta a volta di tipo e carattere. Sarà infantile, matura affascinante, debole, amabile, in una parola perfetta. Mette un po’ a disagio lui perché ha sempre paura che ella riveli la sua presenza.»

 


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