Entriamo nella malattia di Alzheimer ad occhi aperti

Sto andando per una visita a domicilio in una casa di campagna isolata. Percorro in auto un lungo sentiero sterrato e polveroso sotto il sole a picco del primo pomeriggio di luglio. Arrivo nell’aia. Spengo il motore e scendo dall’auto.
Le finestre hanno robuste inferriate e le imposte sono chiuse, la porta d’ingresso è nascosta da una tenda a righe verdi e gialle. La scosto e busso. Non ottengo risposta allora torno all’auto e suono il clacson. Passa un vecchio in bicicletta che si ferma mi dice:
– Tu ti chiami Marco. Non devi entrare in quella casa.
Vorrei chiedergli perché, ma risale sulla bicicletta e se ne va. Torno verso la casa, sposto la tenda e spingo la porta, che si apre. Entro in una stanza ampia in penombra. Dico:
– Permesso! C’è qualcuno?
Non ottengo risposta. Mi avvio verso l’uscita quando si schiude una porta in fondo alla stanza. Non vedo chi c’è dietro la porta. Dico buongiorno senza ottenere risposta. La porta rimane socchiusa. Vado deciso e l’apro. C’è ancora meno luce. Aspetto che gli occhi si abituino. Vedo un uomo seduto a un tavolo, mi dà le spalle. Indossa una camicia spiegazzata a quadri rossi e bianchi che a sinistra esce dai pantaloni blu. Ai piedi ha zoccoli neri. I capelli sono folti, lunghi, ricci, arruffati. Tiene in mano una matita, sta scrivendo su di un foglio. Mi avvicino per vedere cosa ha scritto, ma sono scarabocchi. Gli dico:
– Buongiorno, è lei che devo visitare?
Si volta lentamente e con orrore, dietro una folta barba incolta, riconosco il mio volto. Il sangue mi si raggela. Sto per andarmene ma l’uomo si alza rapidamente emettendo un urlo e mi afferra per un polso. Ha molta forza. Mi trascina verso la porta d’ingresso e gira la chiave nella toppa, chiudendola, poi estrae la chiave e, sempre trascinandomi, va alla finestra più vicina, apre un’anta e butta lontano la chiave e richiude la finestra. Mi lascia il polso, corro nell’ingresso per esplorare tutte le possibili uscite, ma tutte le finestre hanno le grate. Entro in un’altra stanza, è la cucina. Nei lavandini ci sono piatti e pentole accatastate che contengono i resti di pasti non cucinati, per terra polvere e formiche. Entro in un’altra stanza, è una camera da letto che al centro ha un enorme letto matrimoniale sfatto. Da una porta socchiusa, accanto al letto, esce un odore nauseabondo. Mi faccio forza ed entro. È il bagno, la cui finestra ha anch’essa le sbarre. Sono prigioniero. Sento il padrone di casa muoversi in cucina. Vado a cercarlo. Lo trovo che rovista in un mobile con antelli di vetro smerigliato. I pantaloni, sul davanti, si stanno bagnando d’urina, ma non se ne cura. Con orrore lo chiamo:
– Marco!
Non risponde e non si volta. Lo tocco su una spalla, si gira verso di me senza guardarmi, poi torna a cercare qualcosa nel mobile. Vado a una finestra e apro le ante per guardare l’aia alla quale sono arrivato, la mia auto non c’è più. Sta già imbrunendo. Giro un interruttore e si accende una di due lampadine di un vecchio lampadario in plastica che emette una luce gialla. Mi siedo su di una sedia in fondo alla stanza e guardo quell’uomo. Estrae dal frigorifero una scatoletta di carne e un vasetto di sottaceti che posa sul tavolo che è nel centro della stanza, accanto a un piatto che già contiene dei resti di un pasto. Con difficoltà apre la scatoletta e ne versa il contenuto nel piatto. Mangia con le mani. Voglio uscire da questa stanza. Cerco di alzarmi ma sono immobilizzato. Finito di mangiare la carne, viene verso di me e si pulisce le mani sudice nella mia camicia. Esce dalla stanza e torna nell’ingresso. È buio e non accende la luce. Lo sento inciampare contro una sedia e urlare. Si spegne la sola lampadina funzionante e rimango nel buio, inchiodato alla sedia. Ho un forte stimolo a urinare, la vescica mi fa male, ma non posso alzarmi. Piango. Passano le ore, la vescica si vuota automaticamente e mi bagno i pantaloni. Mi sveglio, sono per terra accanto a una sedia in una stanza inondata di luce, non sento nessun rumore. Vedo un tavolo e dei piatti contenenti dei rimasugli di cibo. Uno contiene un po’ di carne in scatola. Ho fame, prendo la carne con le mani e la mangio. Sto meglio. Esco dalla stanza e mi trovo in un’ampia stanza con finestre con spesse sbarre e una porta. Provo ad aprirla ma è chiusa a chiave. In un angolo c’è un uomo a terra. Deve avere battuto la testa perché c’è del sangue coagulato uscito da un orecchio sul pavimento. Lo tocco ed è freddo: è morto. Guardo la sua faccia, non l’ho mai visto. Lo lascio lì, entro in un’altra stanza dove c’è un tavolo sul quale ci sono fogli e una matita. Mi siedo e, non so perché, comincio a scarabocchiare i fogli con la matita.


Un romanzo sull’Alzheimer, sull’amore e sull’amicizia, scritto dal Neurologo Marco Marchini, dall’alto del suo osservatorio privilegiato sul mondo della malattia.

“L’ombra non protegge dalla pioggia” è disponibile su Amazon e su tutte le principali librerie online in formato ebook e cartaceo.

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